FIGC, è scontro aperto: Abete sfida la Serie A su Malagò
La presidenza FIGC diventa un campo di battaglia
Il calcio italiano non si gioca soltanto in campo. Mentre la Serie A vive le proprie tensioni tra classifica e calciomercato, il vero terremoto si consuma nei palazzi della federazione, dove la corsa alla guida della FIGC sta già producendo fratture profonde tra i diversi poteri del movimento calcistico nazionale. Al centro dello scontro ci sono due nomi pesantissimi: Giancarlo Abete, presidente della Lega Nazionale Dilettanti e figura storica del calcio italiano, e Giovanni Malagò, numero uno del CONI, indicato dalla Serie A come possibile candidato alla presidenza federale.
La mossa della massima serie italiana non è passata inosservata, e soprattutto non è piaciuta. Abete ha alzato la voce con forza, contestando non tanto la figura di Malagò in sé, quanto il metodo scelto dalla Serie A per portarne avanti la candidatura: una scelta calata dall'alto, senza un confronto preventivo tra le componenti del calcio italiano, senza una discussione pubblica sui programmi e sulla visione per il futuro della federazione. Un approccio che, secondo il leader della LND, tradisce lo spirito democratico che dovrebbe animare le istituzioni sportive.
Il peso della storia e le regole del gioco federale
Per comprendere la portata di questo scontro, occorre fare un passo indietro. La FIGC è storicamente un organismo in cui il potere si distribuisce tra componenti diverse: i club professionistici della Serie A, quelli di Serie B e C, e la vastissima base dilettantistica rappresentata dalla LND. Ogni elezione federale è quindi il risultato di equilibri delicati, negoziazioni sotterranee e alleanze che si costruiscono nel tempo. Abete conosce bene questi meccanismi: ha già guidato la FIGC per oltre un decennio, portando la Nazionale italiana a disputare un Mondiale e attraversando stagioni difficili per il calcio del nostro Paese.
La sua critica, dunque, non è quella di un outsider che non conosce le regole del gioco. Al contrario, è la voce di chi quelle regole le ha scritte e applicate, e che oggi vede nella gestione della candidatura Malagò un cortocircuito istituzionale difficile da ignorare. Il nodo centrale rimane uno: può la Serie A, da sola, decidere chi deve guidare l'intero calcio italiano, dai grandi club fino alle squadre di paese che animano i campionati dilettantistici lombardi e di tutta la penisola?
L'analisi della redazione. Quello che emerge con chiarezza da questa vicenda è un conflitto strutturale che va ben oltre i nomi in gioco. Il calcio italiano è da anni diviso tra chi vorrebbe una federazione sempre più orientata agli interessi dei grandi club della Serie A e chi, come la LND, difende un modello più plurale e rappresentativo. La candidatura di Malagò, figura di indubbia autorevolezza nel panorama sportivo nazionale, rischia di diventare il simbolo di questa tensione irrisolta. Se la Serie A vuole davvero riformare la FIGC, dovrà farlo costruendo consenso, non imponendo scelte. Altrimenti, il rischio è quello di aprire una stagione di conflitti interni che farebbe male a tutto il movimento, dai grandi stadi illuminati fino ai campi in erba sintetica della provincia lombarda dove ogni domenica migliaia di ragazzi inseguono un pallone e un sogno.





