Viviano demolisce Gravina: 'Doveva andarsene subito'
Il calcio italiano brucia, ma chi paga il conto?
Quando una voce autorevole proveniente dal mondo del calcio giocato si leva con forza contro i vertici federali, il dibattito smette di essere soltanto da bar e diventa qualcosa di più serio. Emiliano Viviano, ex portiere di lungo corso che ha difeso i pali di club importanti della Serie A italiana, ha rilasciato dichiarazioni durissime ai microfoni di Radio Firenzeviola, prendendo di mira con decisione la gestione della FIGC e in particolare la figura del presidente Gabriele Gravina. Secondo l'ex estremo difensore, di fronte all'ennesimo fallimento della Nazionale italiana, le dimissioni del numero uno federale non sarebbero state soltanto auspicabili: sarebbero state l'unica risposta dignitosa possibile.
Le parole di Viviano fotografano un malcontento che va ben oltre la semplice delusione sportiva. C'è qualcosa di più profondo che ribolle nel calcio italiano, una crisi di credibilità che investe la classe dirigente e che i tifosi percepiscono con chiarezza crescente. Non si tratta di un singolo risultato negativo, ma di un trend preoccupante che si trascina da anni e al quale nessuno sembra voler rispondere con un atto concreto di responsabilità.
Un problema strutturale che affonda le radici lontano
Per comprendere la portata della frustrazione espressa da Viviano, occorre inquadrare il contesto storico. La Nazionale italiana ha vissuto momenti di gloria assoluta — quattro titoli mondiali, due europei — costruiti su filosofie tattiche e vivai che per decenni hanno rappresentato un modello per il mondo intero. Il calcio italiano ha esportato idee, allenatori e metodologie in ogni angolo del pianeta. Eppure, a partire dagli anni Duemila, qualcosa si è inceppato nel meccanismo: la valorizzazione dei giovani talenti è diventata sempre più sporadica, i vivai hanno perso centralità rispetto agli investimenti sul mercato estero, e la Serie A — pur restando un campionato di alto profilo — ha smesso di essere la principale fucina di calciatori italiani di livello internazionale. Il risultato è una Nazionale che fatica a competere con continuità ai massimi livelli globali, nonostante l'exploit di Euro 2020.
In questo scenario, la domanda che Viviano pone implicitamente è legittima: chi guida la federazione ha realmente attuato le riforme necessarie, oppure si è limitato a gestire l'ordinario senza affrontare le cause profonde del declino? La risposta, almeno a giudicare dai risultati sul campo, sembra pendere verso la seconda ipotesi.
L'analisi della redazione
Dalla redazione di Lombardia Calcio osserviamo questa vicenda con attenzione particolare, consapevoli che le ripercussioni di una crisi federale si riflettono inevitabilmente anche sul calcio lombardo. Le società della nostra regione — dalle grandi realtà milanesi fino alle realtà più virtuose della Serie B e dei campionati dilettantistici — dipendono da un sistema federale sano e lungimirante per programmare il futuro. Quando i vertici appaiono immobili di fronte all'evidenza, il messaggio che arriva ai club è quello di una governance senza bussola.
Viviano ha il merito di dire ad alta voce ciò che molti nel mondo del calcio sussurrano a mezza voce. La cultura della responsabilità, nelle istituzioni sportive come in qualsiasi altro ambito, non può essere considerata un optional. Se un risultato negativo non produce conseguenze per chi ha il potere decisionale, il sistema perde ogni incentivo a migliorarsi. E il calcio italiano, in questo momento, non può permettersi ulteriore immobilismo.
Il dibattito è aperto, e la voce degli ex protagonisti come Viviano contribuisce a tenerlo vivo. Ora tocca ai fatti rispondere.





