Serie A e fondi esteri: la Lega punta sui diritti TV globali
Il calcio italiano torna a guardare oltre confine, questa volta non per acquistare campioni sul mercato, ma per attrarre capitali stranieri in una delle partite più importanti che si giocano lontano dai rettangoli verdi: quella dei diritti televisivi internazionali. La Serie A starebbe valutando seriamente l'ipotesi di coinvolgere fondi di investimento in un accordo strutturato attorno alla commercializzazione del prodotto calcistico italiano nel mondo.
La Lega cambia strategia: fondi sì, ma con confini precisi
La novità sostanziale rispetto ai tentativi del passato riguarda il perimetro dell'operazione. Non si parla di cessione di quote del campionato nella sua interezza, né di un ingresso nei meccanismi di governance delle società. L'obiettivo dichiarato sarebbe circoscritto esclusivamente ai proventi generati dalla vendita dei diritti televisivi al di fuori dei confini nazionali, un segmento che rappresenta da anni uno dei principali punti deboli della Serie A rispetto ai competitor europei, su tutti la Premier League inglese.
Questo approccio più selettivo sembra voler evitare le tensioni e le resistenze che in passato avevano fatto naufragare trattative ben più ambiziose. I club, a partire dalle big come Inter, Milan e Juventus, avrebbero questa volta un atteggiamento più aperto, consapevoli che il gap con il calcio inglese e spagnolo in termini di introiti esteri rischia di diventare strutturale e difficilmente colmabile senza iniezioni di liquidità esterne.
Il peso della storia: non è la prima volta che si tenta questa strada
Non è certo la prima volta che il massimo campionato italiano si siede al tavolo con i fondi. Tra il 2019 e il 2021, la Lega Serie A aveva intavolato una trattativa con un consorzio guidato da CVC Capital Partners, Advent International e FSI per la creazione di una media company. L'operazione, che prevedeva una cessione del dieci per cento dei diritti mediatici in cambio di circa 1,7 miliardi di euro, si arenò per il mancato raggiungimento della maggioranza qualificata necessaria tra i club votanti. Quella vicenda lasciò strascichi e divisioni profonde all'interno del sistema, con le grandi società da un lato e alcune medio-piccole dall'altro su fronti contrapposti.
Oggi il contesto è mutato. La consapevolezza che il prodotto Serie A fatichi a imporsi sui mercati asiatici, nordamericani e mediorientali con la stessa forza dei rivali europei ha spinto verso una riflessione più pragmatica. Il calcio italiano ha nomi, storie e tradizioni capaci di affascinare tifosi in ogni angolo del pianeta, dalla curva della Dea di Bergamo alle maglie storiche dei club lombardi, ma questa ricchezza narrativa non si è ancora tradotta in numeri adeguati sul fronte dei diritti esteri.
L'analisi della redazione
Dalla redazione di Lombardia Calcio osserviamo questa vicenda con interesse e con qualche riserva. L'idea di limitare il coinvolgimento dei fondi ai soli diritti internazionali è, sulla carta, una soluzione più digeribile per l'intero sistema. Tuttavia, il rischio concreto è che anche questa trattativa si incagli sulle stesse secche del passato: la difficoltà di trovare un accordo unanime tra diciotto club con interessi, dimensioni e visioni strategiche profondamente diverse. La Serie A ha bisogno di risorse per competere in Europa e nel mondo, ma ha altrettanto bisogno di una governance coesa e di una visione condivisa che, fino ad oggi, ha mostrato solo a tratti. La partita vera, insomma, si gioca ancora una volta nei saloni della Lega prima ancora che sui mercati finanziari internazionali.





