Serie A a 18 squadre: il fronte unito blocca la riforma
Quando l'unità diventa un muro: la riforma della Serie A si scontra con il sistema
Nel calcio italiano, i cambiamenti strutturali hanno sempre avuto un nemico insidioso: il consenso di facciata. Stavolta, però, la compattezza attorno al presidente del CONI Giovanni Malagò assume contorni diversi, più profondi, e racconta qualcosa di essenziale sul funzionamento del sistema sportivo nazionale. Il progetto di ridurre la Serie A da 20 a 18 squadre — dibattuto da anni nei corridoi della Lega e nei salotti della politica sportiva — sembra oggi più lontano che mai, proprio nel momento in cui si registra una convergenza raramente vista tra istituzioni, club e federazioni.
La domanda che si pone ogni osservatore attento non è tanto se la riforma sia giusta o sbagliata nel merito, ma perché una maggioranza così solida stia di fatto producendo immobilismo. La risposta, come spesso accade nel calcio italiano, va cercata negli equilibri di potere più che nelle logiche sportive.
Il peso della storia e gli interessi in campo
Non è la prima volta che il massimo campionato italiano si trova davanti a un bivio del genere. Già negli anni Novanta si discusse animatamente di formule alternative, e anche allora prevalse la logica conservativa. La Serie A è rimasta a lungo a 18 squadre fino al 2004, quando il ritorno a 20 fu accolto con entusiasmo dai club medio-piccoli, che vi vedevano una garanzia di sopravvivenza nel grande calcio. Ridurre nuovamente il numero di partecipanti significherebbe riaprire quella ferita, con tutto ciò che ne consegue in termini di diritti televisivi, sponsor e visibilità territoriale.
In questo scenario, club come Inter, i rossoneri del Milan e la Juventus guardano alla riforma con occhi diversi rispetto alle provinciali. Per i grandi, meno partite interne potrebbero significare maggiore competitività europea e calendari più gestibili. Per realtà come i brianzoli del Monza — appena retrocessi ma con ambizioni di rilancio — o per chi si affaccia dalla Serie B, perdere un posto nel massimo torneo equivarrebbe a un danno economico difficilmente recuperabile.
Il fronte che si è coagulato attorno a Malagò non è quindi ideologico: è profondamente pragmatico. Ognuno dei soggetti coinvolti ha le proprie ragioni per non volere stravolgimenti, e la somma di questi interessi individuali produce, paradossalmente, una coalizione di fatto che blocca qualsiasi tentativo di modernizzazione.
L'analisi della redazione
Dalla redazione di Lombardia Calcio leggiamo questa vicenda con una chiave precisa: il calcio lombardo, con i suoi club di vertice e le sue realtà emergenti, è lo specchio più fedele delle contraddizioni del sistema. Finché la governance del calcio italiano resterà frammentata tra CONI, FIGC e Lega senza una visione condivisa e vincolante, ogni proposta di riforma resterà ostaggio della politica interna. La vera partita non si gioca sul numero di squadre in Serie A, ma sulla capacità del sistema di darsi regole che vadano oltre gli interessi di bottega. E su questo fronte, il punteggio è ancora fermo sullo zero a zero.





