Italia fuori dai Mondiali: ex calciatori per salvare il calcio
Il calcio italiano piange ancora. Per la terza volta consecutiva la Nazionale italiana ha mancato l'appuntamento con i Mondiali, fermandosi allo spareggio in un epilogo che sa di deja-vu amaro e insopportabile. Un fallimento sistemico che non può più essere archiviato come sfortuna o episodio isolato: è il sintomo di un malessere profondo che attraversa l'intero movimento calcistico tricolore, dalla base fino ai vertici federali.
Nel dibattito acceso che ne è seguito, voci autorevoli del mondo del pallone si sono levate per indicare possibili vie d'uscita. Tra queste spicca quella di Alessio Tacchinardi, centrocampista che ha scritto pagine importanti della Serie A tra gli anni Novanta e Duemila, il quale ha rilanciato con forza l'idea di coinvolgere gli ex calciatori nei processi decisionali e riformatori della federazione. Una proposta che non è nuova, ma che oggi torna con rinnovata urgenza.
Il peso di tre fallimenti consecutivi
Per comprendere la portata della crisi attuale occorre fare un passo indietro. L'Italia aveva già clamorosamente mancato i Mondiali di Russia 2018, eliminata dalla Svezia in un doppio confronto che aveva scosso le fondamenta del calcio nazionale. Poi la mancata qualificazione a Qatar 2022, con la sconfitta contro la Macedonia del Nord che aveva lasciato il paese senza parole appena pochi mesi dopo la vittoria degli Europei del 2021. Ora un nuovo capitolo buio si aggiunge a una storia recente fatta di occasioni perdute e promesse mancate.
La Serie A, vetrina principale del calcio italiano, porta una parte significativa di responsabilità in questo declino. Il livello tecnico medio del campionato, la scarsa valorizzazione dei giovani talenti italiani e la dipendenza sempre maggiore da calciatori stranieri hanno progressivamente svuotato il bacino da cui la Nazionale attinge. Club come Inter, abituati a costruire rose internazionali competitive per le coppe europee, faticano a garantire minutaggio continuativo ai prospetti italiani under 23, una tendenza comune a gran parte delle big della massima serie.
La proposta degli ex campioni: nostalgia o vera soluzione?
L'idea di portare le grandi figure del calcio italiano passato all'interno delle strutture federali e dei centri tecnici ha il suo fascino innegabile. Chi ha vissuto il campo dall'interno, chi ha indossato la maglia azzurra nelle grandi competizioni, porta con sé un patrimonio di conoscenze ed esperienze difficilmente replicabile sui libri di testo. In molti paesi europei, dalla Germania alla Francia, gli ex calciatori di alto profilo ricoprono ruoli chiave nello sviluppo dei settori giovanili e nella definizione delle metodologie di allenamento nazionali.
Il punto critico, tuttavia, rimane sempre lo stesso: la competenza tecnica ed emotiva di un ex campione deve necessariamente sposarsi con una visione manageriale moderna, con capacità organizzative solide e con la volontà di rompere le logiche corporative che spesso frenano il cambiamento nel calcio italiano. Non basta un grande nome per invertire una rotta che si è consolidata in oltre un decennio di scelte sbagliate.
La redazione di Lombardia Calcio ritiene che il dibattito aperto in questi giorni rappresenti un'opportunità preziosa, a patto che non si esaurisca nella solita fiammata emotiva post-eliminazione. La Lombardia, con i suoi club di vertice e la sua tradizione calcistica radicata dalla Serie A fino ai campionati dilettantistici, può e deve essere protagonista di qualsiasi progetto serio di rilancio del movimento. Servono riforme strutturali coraggiose, non scorciatoie mediatiche. Il calcio italiano ha ancora le risorse per tornare grande: manca, da troppo tempo, la volontà collettiva di costruire qualcosa che duri oltre il prossimo ciclo elettorale federale.





