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Italia fuori dai Mondiali: Gravina sotto accusa

Redazione Lombardia Calcio
Italia fuori dai Mondiali: Gravina sotto accusa

Il calcio italiano tocca un nuovo fondo: tre Mondiali di fila senza Azzurri

C'è un momento in cui i numeri smettono di essere semplici statistiche e diventano una sentenza. Per il calcio italiano quel momento è arrivato, di nuovo, con una brutalità che non lascia spazio a interpretazioni benevole. La Nazionale italiana non parteciperà ai Mondiali 2026, e questa non è una notizia: è la conferma di un declino strutturale che affonda le radici ben più in profondità di qualsiasi singola partita o singolo commissario tecnico.

Tre edizioni consecutive del torneo più importante del mondo senza l'Italia. Prima la clamorosa disfatta contro la Svezia nel 2018, poi lo shock della Macedonia del Nord nel 2022, e ora un nuovo capitolo amaro da aggiungere a una storia che fa sempre più male. Una sequenza impensabile per una federazione che custodisce quattro stelle sul petto e che ha sempre considerato il calcio non solo uno sport, ma un patrimonio identitario nazionale.

Gravina nel mirino: la guida federale sotto processo

Al centro della bufera c'è inevitabilmente Gabriele Gravina, presidente della FIGC, la cui permanenza ai vertici del calcio italiano viene messa in discussione con crescente insistenza da più fronti. Le voci che chiedono un passo indietro si moltiplicano, alimentate dalla sensazione diffusa che la gestione federale abbia mancato non solo sul piano tecnico, ma anche su quello progettuale e visionario. Cambiare guida tecnica non basta quando il problema sembra essere sistemico.

Il dibattito va ben oltre la scelta del commissario tecnico o la formazione scesa in campo nell'ultima partita decisiva. Riguarda il modello di sviluppo dei vivai, la qualità della formazione giovanile, il rapporto tra i club di Serie A e le esigenze della selezione nazionale. In Italia, dove la stagione di club assorbe energie, risorse e attenzione mediatica per dieci mesi l'anno, costruire un'identità di squadra solida e continuativa resta una sfida enorme, spesso sacrificata sull'altare degli interessi societari.

Contesto storico e tattico. Per comprendere la portata del disastro occorre ricordare che l'Italia ha vinto il suo ultimo Mondiale nel 2006, e che da allora il gap con le potenze calcistiche europee si è progressivamente allargato. Sul piano tattico, la difficoltà di trovare un sistema di gioco riconoscibile e ripetibile ha caratterizzato quasi ogni ciclo commissariale degli ultimi anni. La vittoria all'Europeo 2021 aveva illuso molti che la svolta fosse arrivata, ma quella squadra era figlia di circostanze irripetibili più che di un progetto solido. I club lombardi che militano in Serie A, da Inter Inter alla Dea fino ai brianzoli del Monza, continuano a sfornare talenti e a fare calcio di qualità, ma il collegamento tra eccellenza di club e rendimento della Nazionale resta un nodo irrisolto.

L'analisi della redazione. Da Milano, cuore pulsante del calcio italiano, la lettura è impietosa: non si tratta di sfortuna né di episodi sfortunati. Tre eliminazioni consecutive raccontano un sistema che non funziona e una classe dirigente che non ha saputo invertire la rotta. Le dimissioni di Gravina, invocate da più parti, potrebbero rappresentare un segnale di discontinuità necessario, ma da sole non basterebbero. Serve una rifondazione vera, che parta dai settori giovanili, passi per una maggiore collaborazione con i club e arrivi a ridefinire l'identità stessa della Nazionale. Il calcio italiano merita di tornare ai Mondiali: ma per farlo deve prima avere il coraggio di guardarsi allo specchio senza sconti.

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