Fabbricini: «Il calcio italiano ha un male profondo»
Roberto Fabbricini conosce il calcio italiano dall'interno, nei suoi meccanismi più profondi e nelle sue contraddizioni più radicate. Da ex commissario straordinario della FIGC, ha vissuto in prima persona le turbolenze federali, i cambi di rotta e le difficoltà di un sistema che fatica a rinnovarsi. E ora, a distanza di tempo, torna a parlare senza filtri: il problema del nostro calcio non ha un volto solo, non ha un nome solo. Ha radici.
Un sistema che si inceppa: la diagnosi di chi ha guidato la Federazione
Intervenuto ai microfoni di una radio nazionale, Fabbricini ha tracciato un quadro lucido e per certi versi impietoso della situazione attuale della Serie A e del movimento calcistico tricolore nel suo complesso. La sua tesi è netta: non sono le singole figure al vertice a determinare il declino o la rinascita, ma l'architettura stessa del sistema entro cui queste figure si trovano ad operare. Un sistema che, secondo l'ex numero uno federale ad interim, presenta crepe strutturali difficili da ignorare e ancora più difficili da sanare senza interventi radicali.
In questo senso, Fabbricini ha espresso una fiducia sincera e appassionata nei confronti di Antonio Conte, il tecnico che ha riportato lo scudetto a Napoli dopo anni di dominio settentrionale, e di Giovanni Malagò, presidente del CONI. Due figure che, agli occhi dell'ex commissario, incarnano quella cultura della serietà e della competenza che il calcio italiano dovrebbe tornare a mettere al centro. Non un tifo da stadio, ma una stima professionale maturata nel tempo e nell'osservazione diretta.
Il contesto: anni di riforme mancate e un movimento che arranca
Per comprendere il peso delle parole di Fabbricini occorre guardare indietro. La FIGC ha attraversato nell'ultimo decennio stagioni turbolente: la mancata qualificazione ai Mondiali del 2018, la ricostruzione sotto Mancini culminata con l'Europeo del 2021, e poi nuovamente la delusione iridata. Sul piano societario, la Serie A ha perso terreno rispetto ai principali campionati europei, con club come Inter, Milan e Juventus che faticano a competere stabilmente nelle fasi decisive della Champions League nonostante investimenti significativi.
Il nodo, come sottolinea Fabbricini, non è mai stato soltanto economico. È culturale, organizzativo, sistemico. Le riforme dei vivai, il tema delle infrastrutture, la gestione dei diritti televisivi, il rapporto con le leghe minori: ogni anello della catena presenta tensioni che si ripercuotono sull'intero movimento, dal dilettantismo fino all'élite.
L'analisi della redazione
Le parole dell'ex commissario arrivano in un momento in cui il dibattito sul futuro del calcio italiano è tornato prepotentemente al centro dell'agenda sportiva. La Serie A è un campionato ancora capace di accendere passioni autentiche, come dimostra la stagione appena conclusa, ma la distanza dai vertici europei resta un dato difficile da ignorare. Che la soluzione passi da singole personalità di spessore o da riforme strutturali di sistema, la sensazione è che il tempo delle mezze misure sia finito. Fabbricini, da uomo che ha toccato con mano i meccanismi federali, lo sa meglio di chiunque altro. E il fatto che scelga di dirlo pubblicamente, con questa chiarezza, è già di per sé un segnale che non andrebbe sottovalutato.








