De Laurentiis: «16 club e meno match per salvare la Serie A»
Il calcio italiano è tornato a fare i conti con sé stesso. La sconfitta della Nazionale contro la Bosnia ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate e ha scatenato, come spesso accade nei momenti di crisi, un dibattito acceso sul futuro del movimento. Tra le voci che si sono levate più forti c'è quella di Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli e da sempre uomo abituato a non nascondersi dietro le parole. La sua ricetta per il rilancio della Serie A è chiara, radicale e per certi versi provocatoria: meno squadre, meno partite, più qualità.
Un campionato più snello per tornare competitivi
L'idea di ridurre il numero di club nella massima serie italiana non è nuova, ma raramente ha trovato un sostenitore così autorevole e rumoroso. De Laurentiis immagina una Serie A composta da sedici squadre, sul modello di alcuni dei campionati più apprezzati d'Europa. Meno turni di campionato significherebbero calciatori meno logorati, partite con maggiore peso specifico e, in teoria, una qualità media del gioco sensibilmente più alta. Il patron partenopeo ha anche chiamato in causa il presidente del CONI Giovanni Malagò, invocando un intervento istituzionale più deciso nella governance del calcio nostrano. Un segnale che il problema, secondo De Laurentiis, va ben oltre le scelte tecniche delle singole società.
Nel panorama lombardo, il tema risuona con particolare intensità. Inter e Milan, le due grandi protagoniste della stagione recente, sono da anni al centro del dibattito sulla competitività del calcio italiano in Europa. Inter e rossoneri hanno dimostrato di poter reggere il confronto con le big continentali, ma entrambe soffrono di un calendario sempre più congestionato che incide sulla tenuta atletica dei giocatori. Anche l'Atalanta, la Dea bergamasca che ha scritto pagine memorabili in Champions League, sarebbe tra i potenziali beneficiari di una riforma che alleggerisse il peso delle partite ravvicinate.
Il contesto storico: un'Italia che insegue l'Europa
Non è la prima volta che il calcio italiano si trova a un bivio simile. Dopo le eliminazioni ai Mondiali del 2018 e le difficoltà strutturali emerse negli anni successivi, il dibattito sulla riforma del sistema si è fatto ciclico ma raramente conclusivo. La Serie A ha perso negli ultimi quindici anni parte del suo appeal internazionale, complice una gestione degli stadi ancora arretrata rispetto alla Premier League o alla Bundesliga, e un sistema di formazione giovanile che fatica a produrre talenti pronti per il grande calcio. La proposta di ridurre il numero di partite si inserisce in questo quadro come una delle possibili leve per invertire la rotta, anche se da sola difficilmente basterebbe.
L'analisi della redazione
Dalla redazione di Lombardia Calcio osserviamo con interesse il dibattito sollevato da De Laurentiis, pur con qualche riserva. Ridurre il numero di club in Serie A significherebbe inevitabilmente penalizzare le piazze medio-piccole, quelle realtà provinciali che rappresentano la spina dorsale del calcio italiano e che spesso sfornano i talenti di domani. Basti pensare a quanto abbiano contribuito negli anni club come il Brescia, il Como o la Cremonese alla crescita di giocatori poi approdati ai livelli più alti. Una riforma così strutturale richiederebbe un piano complessivo, non solo una sforbiciata al numero di partecipanti. Il punto sollevato sul calendario, però, è sacrosanto: il calcio italiano gioca troppo, recupera poco e paga dazio in termini di spettacolo e risultati. Su questo, De Laurentiis ha ragione.





