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Calcio italiano in crisi o no? I numeri dicono altro

Redazione Lombardia Calcio
Calcio italiano in crisi o no? I numeri dicono altro

Il dibattito è aperto, acceso e per certi versi inevitabile. Ogni volta che la Nazionale fallisce un appuntamento iridato, si scatena il solito processo sommario al movimento calcistico italiano nel suo complesso. Eppure, se si sposta lo sguardo dai gironi di qualificazione ai campi europei dove le nostre squadre di club si battono ogni stagione, il quadro cambia radicalmente. E forse vale la pena fermarcisi sopra, con onestà intellettuale.

La Serie A non è il campionato dominante che fu negli anni Novanta, questo è fuori discussione. Ma liquidarla come un torneo di second'ordine, incapace di produrre calcio di qualità e squadre competitive a livello continentale, significa ignorare deliberatamente quello che è successo nell'ultimo quinquennio. Dal 2020 ad oggi, le squadre italiane hanno raggiunto cinque finali nelle competizioni UEFA, portando a casa una Europa League e una Conference League. Non sono briciole. Sono risultati che molte federazioni blasonate farebbero carte false per esibire.

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Quando i club suppliscono alla Nazionale

Il paradosso del calcio italiano contemporaneo è tutto qui: mentre la selezione azzurra arranca nelle qualificazioni mondiali, i club continuano a fare strada in Europa con una certa regolarità. L'Inter, per citare il caso più recente e clamoroso, ha disputato la finale di Champions League nel 2023, sfiorando un trionfo che avrebbe scritto la storia. Prima ancora, la Roma di José Mourinho aveva conquistato la prima Conference League della sua storia, regalando alla capitale una notte di festa attesa da decenni. Atalanta, la Dea bergamasca, ha completato il cerchio vincendo la sua prima coppa europea proprio in questa fase storica, confermando che le idee tattiche e la qualità tecnica in Italia non mancano affatto.

Storicamente, il calcio italiano ha sempre vissuto di cicli. Gli anni d'oro della Serie A, quelli in cui i migliori giocatori del mondo facevano la fila per sbarcare in Italia, hanno lasciato un'eredità tattica e culturale profondissima. Il pressing, la difesa a zona, la costruzione dal basso: concetti che oggi sembrano universali, ma che hanno trovato nel calcio italiano un laboratorio fondamentale. Quella cultura non è scomparsa. Si è trasformata, si è ibridata con influssi stranieri, ma continua a produrre allenatori e squadre capaci di competere ai massimi livelli.

L'analisi della redazione: due velocità dello stesso sistema

Dalla nostra redazione di Lombardia Calcio, seguiamo da vicino le dinamiche di questo movimento e la lettura che ne diamo è quella di un sistema che viaggia a due velocità distinte. Da un lato, i club di vertice della Serie A hanno saputo strutturarsi, investire con relativa oculatezza e costruire rose competitive per l'Europa. Dall'altro, il settore giovanile e il sistema delle nazionali scontano anni di disorganizzazione, scarsa valorizzazione dei talenti autoctoni e un calendario che stritola gli spazi di crescita per i giovani calciatori italiani.

Il problema della Nazionale, dunque, non è lo specchio fedele di un movimento allo sbando, ma piuttosto il sintomo di una frattura interna che separa l'élite dei club dal bacino di talenti su cui la selezione dovrebbe attingere. Finché quella frattura non verrà affrontata con serietà strutturale, i risultati rischiano di restare quelli che conosciamo: grandi serate europee con i colori dei club, delusioni cocenti con la maglia azzurra. Due facce di uno stesso calcio, che non riesce ancora a parlarsi davvero.

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