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Abodi: «I club rifiutano ex calciatori alla FIGC»

Redazione Lombardia Calcio
Abodi: «I club rifiutano ex calciatori alla FIGC»

Il calcio italiano si interroga sulla guida della FIGC

Il dibattito sulla governance del calcio italiano torna prepotentemente d'attualità. Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani del governo Meloni, ha acceso la discussione con dichiarazioni che fotografano una frattura profonda all'interno del sistema calcistico nazionale: i grandi club della Serie A, quelli che muovono miliardi e orientano le scelte federali, non vogliono vedere un ex calciatore sedere sulla poltrona più importante della FIGC. Una posizione che solleva interrogativi non solo politici, ma anche culturali sul futuro del nostro sport.

Le parole di Abodi e la realtà dei rapporti di forza

Intervenendo in una recente intervista, Abodi ha risposto con franchezza alla domanda se un profilo come quello di Michel Platini — leggenda assoluta del calcio europeo, seppur con una storia federale controversia alle spalle — potesse rappresentare un'alternativa valida a una figura di estrazione politica o manageriale. Il ministro ha chiarito che, allo stato attuale, la strada appare sbarrata non tanto da ostacoli regolamentari, quanto dalla volontà concreta dei club affiliati. Sono proprio le società, attraverso i loro voti in assemblea, a determinare chi guida la federazione, e la loro preferenza sembra orientarsi verso profili con competenze amministrative e relazionali piuttosto che verso ex campioni del pallone.

Particolarmente significativo il riferimento a Roberto Baggio, icona indiscussa del calcio italiano: Abodi ha rivelato di essere rimasto colpito dalla reazione del Divin Codino di fronte a questa dinamica, una risposta che lascia intuire una delusione genuina da parte di chi, probabilmente, avrebbe potuto e voluto dare un contributo alla causa del calcio nazionale da una posizione di responsabilità istituzionale.

Perché questa questione conta per la Serie A

La questione non è meramente simbolica. La scelta del presidente federale incide direttamente sulle regole che governano la Serie A, dai criteri per le licenze UEFA alle norme sul settlement agreement, dalle politiche sui vivai alle trattative con i broadcaster. Club come Inter e Milan, protagonisti assoluti del calcio europeo, hanno tutto l'interesse a mantenere ai vertici della federazione figure con cui esiste già un canale di dialogo consolidato, capaci di muoversi con disinvoltura nei corridoi della politica sportiva internazionale.

Un ex calciatore, per quanto glorioso, porterebbe una visione diversa: più vicina allo spogliatoio, potenzialmente più sensibile alle istanze dei giocatori e meno incline a certi compromessi che caratterizzano la gestione federale. Ed è proprio questo, forse, il vero motivo della diffidenza dei club.

L'opinione di Lombardia Calcio

Da osservatori del calcio lombardo e italiano, non possiamo che trovare questa situazione al tempo stesso comprensibile e sconfortante. Comprensibile perché i club difendono i propri interessi — è nella loro natura — e preferiscono interlocutori prevedibili. Sconfortante perché il calcio italiano ha disperatamente bisogno di rinnovamento, di figure capaci di riconnettersi con la base, con i tifosi, con i giovani che oggi scelgono altri sport o altri campionati da seguire.

L'ipotesi di affidare la FIGC a chi ha vissuto il calcio dall'interno, che si tratti di Baggio o di chiunque altro con credenziali simili, non dovrebbe essere liquidata come impraticabile. Al contrario, potrebbe rappresentare quella scossa culturale di cui il sistema ha urgente bisogno. Il problema, come spesso accade in Italia, non è la mancanza di idee brillanti: è la mancanza di coraggio per realizzarle.

Conclusione: un sistema che fatica a guardarsi allo specchio

Le parole di Abodi aprono uno squarcio su dinamiche di potere che raramente emergono con tanta chiarezza nel dibattito pubblico. Il calcio italiano, tra crisi di identità, risultati deludenti delle nazionali giovanili e un gap crescente con le altre grandi leghe europee, non può permettersi di ignorare la questione della leadership federale. Che la soluzione passi per un ex campione o per un manager di lungo corso, ciò che conta è la visione. E quella, per ora, sembra ancora mancare.

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